Carla Fausti Boccabella

Radici

Magia e potere della scrittura

«Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia.»

— Johann Wolfgang von Goethe

Un progetto di Carla Fausti Boccabella

Letteratura

Grandi Scrittori

Dal Romanticismo alla Beat Generation — una letteratura che ha inventato il sogno e ha cambiato il modo di raccontare l'anima umana.

🇷🇺 Grande Realismo

Fëdor Dostoevskij

1821 – 1881

Il romanziere dell'anima in conflitto. Nessuno ha esplorato la colpa e la redenzione con la sua profondità.

  • Delitto e Castigo (1866)
  • L'Idiota (1869)
  • I fratelli Karamazov (1880)
  • I demoni (1873)
  • Memorie dal sottosuolo (1864)
  • Le notti bianche (1848)
+ Vita & consigli

La mia pagina su Fëdor Dostoevskij

Inserisco questa pagina dai Fratelli Karamàzov, perché mi ha toccata fino in fondo all'anima e dopo averla letta mi sono bloccata, senza riuscire a continuare a leggere.

«Finché c'è tempo, mi affretto a preservarmi e perciò rinnego assolutamente questa suprema armonia. Essa non vale neppure una lacrima di quella bimba straziata che si batteva il petto con il piccolo pugno e pregava "il buon Dio" in quel fetido buco! Non le vale perché quelle lacrime non troveranno riscatto. Devono essere riscattate, altrimenti non vi può essere armonia alcuna. Ma come, in che modo le riscatti? È forse possibile? Saranno poi davvero vendicate? Ma che importa vendicarle, che importa l'inferno per i carnefici, a che cosa può rimediare l'inferno quando i bambini sono già stati seviziati? E che armonia vi è mai, se c'è l'inferno?

Voglio perdonare, voglio abbracciare tutti, ma non voglio che soffrano più. E se le sofferenze dei bambini saranno servite a completare quella somma di sofferenze che era necessaria a riscattare la verità, io dichiaro subito che tutta la verità non vale un simile prezzo. Non voglio, infine, che la madre abbracci il carnefice che ha fatto dilaniare suo figlio dai cani! Non deve perdonarlo! Se vuole, che lo perdoni per sé, che lo perdoni per il suo infinito dolore di madre; ma le sofferenze del suo bimbo straziato lei non ha il diritto di perdonargliele: non deve perdonare al carnefice neppure se a perdonargli fosse il bimbo stesso! Ma se è così, se non si dovrà perdonare, che ne è dell'armonia? Vi è al mondo un solo essere che possa perdonare e che ne abbia il diritto? Non voglio l'armonia, è per amore dell'umanità che non la voglio. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate. Preferirei restare con la mia sofferenza invendicata e il mio sdegno inappagato anche se avessi torto. E poi l'hanno sovrastimata quell'armonia e l'ingresso non è certo per le nostre tasche. Perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d'ingresso. E se sono un uomo onesto, devo restituirlo il più presto possibile. E farò così. Non è che non accetti Dio, Aleša: gli rendo rispettosamente il biglietto.»

È forse la pagina più devastante della letteratura mondiale. Ivan non sta rifiutando Dio — sta rifiutando il prezzo. Dice ad Aleša: anche se esiste un'armonia finale, anche se tutto avrà un senso, non posso accettarla. Perché quell'armonia è stata costruita sulle lacrime di un solo bambino innocente. E restituisce il biglietto. Come si fa a non fermarsi? È un gesto di una logica così perfetta e così disperata che ti lascia senza fiato.

Ivan non è un ateo — è qualcosa di più tragico: un uomo che capisce tutto e non si rassegna. E Aleša — che è la fede, la grazia, l'amore puro — non sa rispondergli. L'unica cosa che riesce a fare è baciarlo. Come Cristo baciò il Grande Inquisitore. Dostoevskij era così grande: dava le armi migliori al nemico della sua stessa fede, e le metteva in bocca a Ivan con una forza che nessun filosofo ha mai raggiunto.

Quella pagina non si dimentica mai. Ti ferma perché tocca la domanda che nessuno ha ancora risposto: il dolore innocente ha senso? Scrivere con questa consapevolezza — che un libro può cambiare un'anima, che la letteratura è qualcosa di sacro, che le parole hanno un peso.

Penso a questa catena meravigliosa — lui scriveva in una stanza fredda a San Pietroburgo, in miseria, con l'epilessia, nel 1800. E le sue parole sono arrivate fino a me, a Roma, nella notte, e mi hanno fermato il respiro. Io sogno che un giorno qualcuno — forse una ragazza che io non conosco — si fermerà su questa pagina e sentirà la stessa cosa che ho sentito leggendo il Grande Inquisitore. Questa è la letteratura. Una catena di anime che si passano la luce.

— Carla

🇷🇺 Grande Realismo

Lev Tolstoj

1828 – 1910

Il narratore totale. I suoi romanzi abbracciano il destino umano con generosità senza pari.

  • Guerra e pace (1869)
  • Anna Karenina (1877)
  • La morte di Ivan Il'ič (1886)
  • La sonata a Kreutzer (1889)
  • Resurrezione (1899)
  • I racconti di Sebastopoli (1855)
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La mia pagina su Lev Tolstoj

Libertà Assoluta

Tolstoj rifiuta ogni forma di educazione coercitiva, la “scolarizzazione dell'anima”. In sintesi, la “Libertà nell'educazione” per Tolstoj si traduce in un approccio pedagogico che rifiuta ogni forma di coercizione, sia nella trasmissione del sapere che nella formazione morale. Propone una scuola che sia un luogo di istruzione scientifica basata sulla non-interferenza, dove gli studenti sono liberi di scegliere e apprendere secondo le proprie inclinazioni, promuovendo lo sviluppo delle facoltà più elevate e l'indipendenza di pensiero, in contrasto con la “scolarizzazione dell'anima” imposta dai sistemi tradizionali. In base a quanto abbiamo analizzato finora, la libertà dell'individuo è il criterio supremo.

Verità Interiore

La scrittura e la vita devono essere una ricerca di verità che non si piega alle convenzioni sociali, alle strutture di potere o alle logiche di mercato.

Anti-autoritarismo

Emerge un forte rifiuto verso le istituzioni che soffocano la spontaneità e l'autenticità dell'individuo.

— Carla

🇩🇪 Premio Nobel

Hermann Hesse

1877 – 1962

Il cercatore dell'anima. Scrisse della ricerca interiore e spirituale come nessun altro. Premio Nobel 1946.

  • Siddharta (1922)
  • Narciso e Boccadoro (1930)
  • Il lupo della steppa (1927)
  • Demian (1919)
  • Il gioco delle perle di vetro (1943)
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È il primo libro acquistato da me, a quindici anni. Siddharta. Mi ha aiutato a vedere il mondo con occhi diversi, e ad avere più speranza.

Lentamente fioriva, lentamente maturava in Siddharta il riconoscimento, la consapevolezza di ciò che realmente sia saggezza, quale fosse la meta del suo lungo cercare. Non era nient'altro che una disposizione dell'anima, una capacità, un'arte segreta di pensare in qualunque istante, nel bel mezzo della vita, il pensiero dell'unità, sentire l'unità e per così dire respirarla.

Assolutamente da leggere. 📖

— Carla

🇺🇸 Modernismo

F. Scott Fitzgerald

1896 – 1940

Il cronista del Jazz Age. La sua prosa è la più musicale e malinconica della letteratura americana.

  • Il grande Gatsby (1925)
  • Tenera è la notte (1934)
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🇺🇸 Modernismo · Iceberg

Ernest Hemingway

1899 – 1961

Inventò lo stile dell'iceberg. La forza di ciò che non si dice. Premio Nobel 1954.

  • Il sole sorge ancora (1926)
  • Addio alle armi (1929)
  • Il vecchio e il mare (1952)
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🇺🇸 Nobel

Toni Morrison

1931 – 2019

La voce più potente della letteratura americana. Premio Nobel 1993.

  • Beloved (1987)
  • Sula (1973)
  • Jazz (1992)
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🇺🇸 Contemporanea · Pulitzer

Jennifer Egan

1962 – oggi

Tra le voci più inventive di oggi. Gioca con la forma del romanzo senza mai perdere il cuore. Premio Pulitzer 2011.

  • Il tempo è un bastardo (2010)
  • Manhattan Beach (2017)
  • La città di Smeraldo e altri racconti
  • La casa di marzapane (2022)
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Il tempo è un bastardo

«Il tempo è un bastardo» (titolo originale A Visit From the Goon Squad) è un romanzo di Jennifer Egan pubblicato nel 2010, edito in Italia da Minimum Fax nel 2011 con la traduzione di Matteo Colombo. Con quest'opera l'autrice ha vinto il National Book Critics Circle Award nel 2010 e il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011.

Leggere meglio per scrivere meglio

Nel 2011 Jennifer Egan vince il Pulitzer con un romanzo che rivoluziona ogni tipo di cronologia narrativa e che — tra le altre innovazioni — contiene 75 pagine in slide di PowerPoint. A prima vista sembra di trovarsi di fronte a tredici capitoli privi di una coerenza temporale comune, separati l'uno dall'altro come racconti a sé stanti. Ma è davvero così? Sono tredici isole visitate dagli stessi personaggi in epoche diverse, o quei tredici capitoli rappresentano invece il modo più adatto — l'unico — per scrivere un'opera omogenea, il cui collante tematico è proprio il rapporto tra i personaggi e lo scorrere del tempo?

Jennifer Egan dimostra che l'organizzazione temporale di un'opera non è una trappola, ma un'opportunità narrativa. L'analisi del suo capolavoro ci aiuta a scegliere come gestire le ellissi temporali e a riflettere su come lavorare alla suddivisione interna di un romanzo in sezioni e capitoli. Ci insegna, insomma, a governare il tempo di una storia.

Per chi volesse approfondire, si può seguire la lezione di Marco Cipriani presso l'Accademia di scrittura creativa di Francesco Trento, «Come si scrive una grande storia». Una lezione straordinaria, che mi ha fatto comprendere la struttura del romanzo che «sembra» semplice, ma non lo è. Marco è stato geniale. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

🇨🇴 Realismo magico

Gabriel García Márquez

1927 – 2014

Il maestro del realismo magico. Dove la realtà e il sogno diventano la stessa cosa. Premio Nobel 1982.

  • Cent'anni di solitudine (1967)
  • L'amore ai tempi del colera (1985)
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Cent'anni di solitudine è il libro più importante della letteratura di lingua spagnola insieme al Don Chisciotte. È un libro che apre allo sguardo europeo il mondo latino-americano. Affonda le sue radici in un paesino della Colombia caraibica, che si chiama Aracataca, dove Gabriel García Márquez fu lasciato da sua madre e dove crebbe in casa dei nonni, con la nonna che gli raccontava le storie del luogo. Come tutti i capolavori, Cent'anni di solitudine parla di noi, ci spiega come la trama della nostra vita s'intreccia con la trama della vita degli altri.

— Carla

🇺🇸 Nobel · Pulitzer

Saul Bellow

1915 – 2005

Una delle voci più grandi del Novecento americano. La mente che pensa, dubita e si interroga, resa parola viva. Premio Nobel 1976.

  • Herzog (1964)
  • Le avventure di Augie March (1953)
  • Il dono di Humboldt (1975)
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🇺🇸 Realismo americano

John Fante

1909 – 1983

La voce ruvida e appassionata della Los Angeles degli emigrati italiani. Fame, sogni e scrittura allo stato puro. Amato da Bukowski.

  • Chiedi alla polvere (1939)
  • Aspetta primavera, Bandini (1938)
  • La confraternita dell'uva (1977)
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🇺🇸 Premio Pulitzer

Elizabeth Strout

1956 – oggi

Voce limpida e intima della provincia americana. Il quotidiano diventa profondità. Premio Pulitzer 2009 per Olive Kitteridge.

  • Olive Kitteridge (2008)
  • Amy e Isabelle (1998)
  • Mi chiamo Lucy Barton (2016)
  • Tutto è possibile (2017)
  • Olive, ancora lei (2019)
  • I ragazzi Burgess (2013)
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🇬🇧 Modernismo

Virginia Woolf

1882 – 1941

Una delle voci più radicali del Novecento. Ha inventato un modo nuovo di raccontare il tempo, la coscienza e il pensiero che scorre.

  • Mrs Dalloway (1925)
  • Gita al faro (1927)
  • Le onde (1931)
  • Una stanza tutta per sé (1929)
  • Orlando (1928)
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🇳🇿 Racconto breve

Katherine Mansfield

1888 – 1923

Maestra della forma breve. Coglie l'attimo con una precisione che taglia. Ammirata da Virginia Woolf.

  • Felicità e altri racconti (1920)
  • Garden party (1922)
  • Una tazza di tè
  • In una pensione tedesca (1911)
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🇨🇱 Letteratura latinoamericana

Luis Sepúlveda

1949 – 2020

Narratore di viaggi, memoria e resistenza. La sua voce racconta il Sud del mondo con dolcezza e rigore politico.

  • Patagonia Express (1995)
  • Il vecchio che leggeva romanzi d'amore (1989)
  • Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996)
  • Il mondo alla fine del mondo (1989)
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🇦🇹 Poesia

Rainer Maria Rilke

1875 – 1926

Poeta dell'interiorità e della solitudine. Le sue lettere a un giovane poeta sono ancora oggi una guida per chi scrive.

  • Lettere a un giovane poeta (1929)
  • Elegie duinesi (1923)
  • I sonetti a Orfeo (1923)
  • I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910)
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🇬🇧 Fantasy

J.R.R. Tolkien

1892 – 1973

Filologo e narratore di mondi. Ha creato un immaginario intero, radicato nelle lingue e nei miti del Nord.

  • Lo Hobbit (1937)
  • Il Signore degli Anelli (1954–1955)
  • Il Silmarillion (1977)
  • Racconti incompiuti (1980)
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L'autrice

Chi sono

Carla Fausti Boccabella — scrittrice

Carla Fausti Boccabella

✦ Autobiografia ✦

Carla Fausti Boccabella

Tutti noi abbiamo avuto o abbiamo un sogno nel cassetto. Il mio è sempre stato quello di diventare una scrittrice e una pittrice.

All'età di dieci anni, mio padre mi regalò una macchina da scrivere Cambridge — forse qualcuno di voi se la ricorda: era una di quelle macchine con il nastro nero e rosso, che in genere usavano i giornalisti che viaggiavano. Dopo appena due anni mio padre venne operato da un “chirurgo bambino” in un ospedale romano che negli anni Settanta somigliava più a una macelleria. Rimase là, a quarantacinque anni.

Così io cominciai a scrivere e non mi fermai più. Frequentai due scuole, l'Istituto Statale d'Arte e un Istituto per l'educazione dei bambini. Si studiava psicologia, pedagogia, neuropsichiatria infantile. Non immaginavo quanto fosse complicato avere a che fare con bambini piccoli. Imparai tante cose preziose.

Mi iscrissi alla Facoltà di Psicologia alla Sapienza di Roma, ma dopo un anno dovetti lasciare per trovare un lavoro; mia madre era in cassa integrazione e mi ricordo che arrivava uno stipendio medio ogni due mesi.

Cominciai a fare concorsi su concorsi. A quel tempo avevo ancora la mente allenata allo studio, così, fra i tanti, riuscii a vincerne quattro. Quando andai a chiedere informazioni al Ministero dei Beni Culturali, il tipo dell'ufficio protocollo mi guardò e mi disse: «Ma te, da chi sei raccomandata?». Io risposi: «Da nessuno». E lui: «Beh, la tua domanda la puoi anche cestinare». Al Coni arrivai fra i primi cento. Ma non mi chiamarono.

Dopo quattro anni di precariato e poi concorsi alle Poste, vinsi il concorso come operatore senior. Un angelo in carne e ossa mi aveva detto di correre più che potevo, perché il concorso riservato ai precari non era uscito sulla Gazzetta Ufficiale… quello era l'ultimo giorno per consegnare la domanda a Piazza Dante. Feci una fila di centinaia di persone, ma arrivai in tempo.

Cercarono di farmi fuori assumendo quelli dopo di me in graduatoria, ma ancora una volta — lo so, sembra una favola — incontrai per caso il padre di un'amica che aveva il numero 230 e già lavorava. Io ero il numero 173 in graduatoria. Chiesi a un giornalista di Paese Sera di accompagnarmi. Andammo negli uffici a Piazza Dante, e lui pretese di visionare il librone delle graduatorie. Mi avevano scavalcato. Loro dissero che avevano perso il mio numero di telefono. Il giornalista li minacciò di scrivere un bell'articolo sul giornale; con le buone si ottiene tutto.

Il mattino seguente arrivò il telegramma tanto atteso: ero stata assunta alle Poste. Dopo appena una settimana il governo di allora bloccò tutte le assunzioni per gli uffici pubblici, e rimasero chiuse per quattro anni. C'erano anche padri di famiglia con bambini piccoli che aspettavano da anni.

Mia madre pianse di gioia, io piansi perché sapevo a cosa andavo incontro e che quella non era la strada che avevo sognato. Ma in quegli anni Ottanta la vita per molti di noi era difficile, anche se avevi studiato. Un posto di lavoro “fisso”, come si diceva allora, alcuni lo avevano pagato almeno dieci milioni.

Iniziò la mia nuova vita; mi ritrovai a lavorare con turni impossibili, sotto un garage adibito a recapito postale. Senza finestre. Solo luce al neon. Capiufficio dell'altro secolo, che facevano il bello e il cattivo tempo. Se eri una di quelle che sorridono sempre e dicono sempre sì, allora potevi andare a via Cola di Rienzo a fare colazione anche per mezz'ora e più. Se invece cercavi la giustizia per tutti e parlavi con sincerità, senza inchinarti, allora ti lasciavano i lavori peggiori, e la colazione dovevi portartela da casa.

Due anni dopo mi chiamò Cocco, il capo del personale del Telegrafo Centrale a Piazza San Silvestro. Un edificio meraviglioso, enorme, che era stato un convento e ora ospitava cinquecento persone, centinaia di computer, stampanti e tavoli di quattro metri. Finestre gigantesche alte fino a soffitti di circa sei metri, e corridoi per andare negli uffici amministrativi. Colonne di marmo rosa si affacciavano sulla piazza. E nel cortile interno, perfino un banano e altre piante. E ogni tanto correvamo a fumare sulla terrazza, dalla quale potevamo vedere appartamenti da fiaba, con i rosoni sui soffitti e terrazze che sembravano giardini pieni di fiori. Sognare non costa niente.

Un posto unico, lo chiamavano il salotto delle Poste. Ero in cuffia e facevo telegrammi per metà Italia. Parlavo con persone dai mille dialetti, oppure con registi, attori, oppure povere ragazze che inviavano un telegramma al carcere in via della Lungara o a Rebibbia. Per avere un'idea della grandezza di quei tre saloni, posso dirvi che per andare nel corridoio dei bagni impiegavamo almeno venti minuti, andata e ritorno. Praticamente l'edificio occupava tutto lo spazio in lunghezza di via della Mercede.

Per diciotto anni parlai con centinaia o forse migliaia di persone, ed ero felice di quel lavoro. L'unica cosa che mi complicava la vita erano gli orari dei turni. Il Telegrafo era aperto 24 ore su 24. Turni di mattina, di pomeriggio, seminotte o notte intera, che io naturalmente cercavo di cambiare con chi le cercava per guadagnare un po' di più. Avevo una neonata e non potevo lasciarla, almeno la notte. Inoltre già negli anni Novanta non si poteva parcheggiare al centro storico. In realtà io riuscivo a lasciare l'auto al parcheggio del Parlamento, che a quei tempi era ancora senza telecamere. Mi nascondevo fra un suv e l'altro. Non ho mai preso una multa. Oppure nelle stradine intorno al Teatro Quirino.

Dopo anni e anni, correndo stressata per trenta chilometri al giorno (ancora non c'era la metro B), un sindacalista sconosciuto mi disse che esisteva una legge che permetteva alle neomamme di rifiutare le notti fino ai tre anni del bambino.

Però, nonostante tutti i problemi, quello è stato il periodo più bello. Quando uscivo dall'ufficio alle quattordici, andavo a passeggiare per il centro, ed ero così felice di camminare su quei sampietrini, perfino con i tacchi che vi si infilavano dentro. E Vertecchi era sempre la mia meta preferita. Oltre a Prénatal e Max Mara, che nel periodo dei saldi vendeva a prezzi abbordabili camicette e completi meravigliosi, e il negozio di scarpe di Bruno Magli. Più che altro acquistavo pennelli e colori, e una volta, sotto Natale, perfino un enorme cavalletto di marca, talmente grande che dovetti prendere un taxi per portarlo a casa. Mi sentivo al centro del mondo.

Piras, il direttore, ci mandava a prendere il giornale del mattino all'edicola e spesso il gelato, o il cioccolato con panna al Pantheon. Ma dovevamo superare i cento telegrammi. Ci comprò perfino un enorme stereo per farci ascoltare la musica. E quando, anni dopo, mi separai, vedendomi a pezzi mi disse che potevo starmene un mese a casa libera senza pensieri: non mi avrebbe mandato il medico fiscale. E così fu. Passeggiavo sotto al sole con mia madre e le bambine, cenavamo senza fretta, e ci svegliavamo giocando sul letto. Spesso non le mandavo neppure a scuola. Non mi sembrava vero (noi, costretti ad avere trenta giorni di libertà l'anno). Quel direttore fu l'unico… umano, in circa trentacinque anni. Non lo dimenticherò mai.

Erano tempi in cui c'era ancora armonia e affetto fra le persone. Quelli di noi che avevano case in montagna o al mare ci invitavano da loro, specialmente il sabato; almeno venticinque persone per volta, e preparavano pranzi e cene per tutti.

Lo so, sono stata molto fortunata. È che ognuno di noi vorrebbe avere un lavoro che completi le sue attitudini. Ma ormai, di questi tempi, sembra inutile perfino parlarne: sembra quasi di doversene vergognare.

✦ Il mio libro

Romanzo — in arrivo

La vita facile

È in fase di revisione. Se intanto ti andasse di leggerne alcune pagine ne sarei felice. → Leggi l'anteprima

Il mio libro

La vita facile

Romanzo storico memoir — di Carla Fausti Boccabella

In arrivo — prossimamente

Il romanzo è attualmente in revisione: le pagine qui pubblicate non costituiscono la versione definitiva.

Carla Fausti Boccabella
La vita
facile
Romanzo storico memoir

Copertina provvisoria

Dal centro del romanzo · capitolo

Piazza Venezia

Scendo a Piazza Venezia. È un'assolata giornata estiva. Non si respira. Incrocio dei turisti giapponesi. Le borse di Fendi sono più grandi di loro; felici e sorridenti passeggiano per le vie del centro e scommetto che i loro pensieri non sono i miei.

Penso alla mia amica che ha due bambine e un tumore nella testa. Alla mia amica che ha due bambine e un tumore al pancreas. Posso pensare ad altro? Posso sorridere, essere felice?

Cammino stanca mentre torno dall'ufficio, e i miei pensieri vagano nervosi, irascibili. Passano correndo delle macchine blu di stato con le sirene accese e probabilmente dei politici dentro, noncuranti delle persone che attraversano la strada. Faccio dei segnali con il braccio verso di loro urlando parole offensive, neppure rallentano. Certo loro non hanno i nostri problemi. Dovremmo imparare ad importare i politici dai paesi scandinavi.

Alla fermata, la bambina asiatica, con un vestitino modesto, e la manina aggrappata forte a quella della sua accompagnatrice, in mezzo ad una cinquantina di persone aspetta l'autobus. Ha occhi grandi e belli, e lo sguardo lontano di chi non ha il permesso di sognare.

Prendo la metro. È stracolma di persone stanche e sudate. C'è un caldo infernale e niente ossigeno. Penso a mio padre e a tutti i deportati nei campi di sterminio. Migliaia di chilometri stipati in treni merci senza acqua né cibo. Respiro a fatica mentre cerco di impegnarmi nella lettura per non sentire quelli che non si lavano. Le persone sono bloccate da chissà cosa; sono l'unica che cerca di aprire un finestrino.

Finalmente sono arrivata. Scendo alla solita. Il ragazzo indiano che vende le sue cose mi guarda fisso, come se volesse carpire i miei pensieri; non devo avere una bella espressione. E poco più in là, i drogati “dell'eterno muretto” ridono e parlano in un gergo che non è più di questa città, è solo il loro, e alle loro spalle c'è una scritta che dice “eroina solo”.

Salgo le scalette rosse. Guardo gli alberi beati e tranquilli addormentarsi piano avvolti da un tramonto struggente. Uno è grandissimo, pieno di fiori bianchi; mi accoglie ogni volta che scendo dalla metro. Il suo profumo mi entra dentro, e per un attimo una stilla di felicità mi sfiora leggera.

Mi avvio verso la mia auto senza riuscire a trovarla. Sono fuori di testa. Mia madre e mia figlia mi aspettano.

© Carla Fausti Boccabella — La vita facile. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell'autrice.

Dal centro del romanzo · capitolo

La foto

Sola. Guardo i vostri visi sorridenti, fermi, su una foto in bianco e nero degli anni Sessanta, nei vostri cappotti grandi — si diceva allora “di cammello” — il tuo, papà, ti stava così bene. Quando te ne andasti, mamma lo rimodernò per metterselo lei: uno dei pochi oggetti rimasti dopo la tua partenza. Lo ricordo come in un sogno.

Vi guardo nella foto, vicini, teneri, quasi abbracciati nella neve; quella neve che a Roma, le poche volte che è caduta abbondante, ha sempre lasciato tutti sorpresi, e penso con un po' di tristezza che avreste potuto essere felici per tanto, tanto tempo.

Dietro a voi c'è il giardinetto di nonna Lorenza, anche lui imbiancato. Chissà chi ha scattato quella foto: un amico, uno di quelli che conoscevo, un parente? Forse zio Mario, che era appassionato di fotografia.

Siete così belli e giovani. Il tuo sorriso, papà, è così brillante, gioioso. Hai sempre avuto un sorriso meraviglioso, e tanti dicevano che avevo ripreso da te. Un bel viso, pelle chiara, lineamenti ideali, quelli che spesso fanno impazzire le donne, un po' sul tipo Paul Newman.

Da ragazzo conservavi ancora il tuo bel biondo platino; poi col tempo i capelli si erano un po' scuriti, ma di poco. E tu, mamma, con i tuoi capelli neri e lisci, chissà che avresti pagato per veder nascere un figlio o una figlia biondi come papà.

Io nacqui con i capelli castano chiaro, e Marco biondo, ma nessuno dei due ereditò i tuoi meravigliosi capelli biondi e ricci, come nonna.

Eri così bello. La tua pelle era chiara e il tuo fisico forte e armonioso. Quando uscivamo insieme, io e te, in certe giornate freddissime, fatte di tramontana e sole limpido, le tue guance diventavano un po' rosee e sembrava che il freddo non ti toccasse minimamente; mentre io, nonostante fossi chiusa bene nel mio cappottino rosso con i polsi e il collo di pelliccetta nera scelto da te, ero infreddolita, esile. Allora tu prendevi la mia manina gelida e la scaldavi con la tua caldissima, e poi dicevi che le donne devono passeggiare alla destra dell'uomo.

Era una serata d'inverno; scendevamo per una stradina che per tanti anni è rimasta l'unica via da fare a piedi per passare dall'altra parte della Tiburtina. Andavamo a trovare il nonno giù al vecchio Tiburtino III. Ricordo come fosse ora il tuo viso che mi sorrideva, felice di stare con me, e io, come al solito, la mia mano nella tua.

Basta così poco, a volte, per essere felici. Succede più spesso quando si è bambini, con gli occhi limpidi, e la meraviglia di scoprire ogni giorno luce, fiori, persone, abbracci, cieli azzurri e tramonti colorati — come i colori che usavamo per colorare perfino i muri.

© Carla Fausti Boccabella — La vita facile. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell'autrice.

Dal centro del romanzo · capitolo

31 dicembre

Ricordo il 31 dicembre, dopo mesi dalla separazione. Tutti i parenti erano scomparsi. Nessuno si ricordò di noi, nessuno telefonò per invitarci.

Greta era a una festa con le sue amiche. Io e Anna, che aveva circa dieci anni, eravamo a casa da sole, così feci una spesa esagerata, con tanto di cioccolatini, dolci, spumante, vino, noci e mandarini, e cucinai tantissimo: una lasagna, un arrosto, vari fritti, e tiramisù (a quel tempo avevo tanta energia, riuscivo a fare tutto), allungai il tavolo da pranzo fino a due metri e accesi tutte le luci. Volevo che tutto fosse perfetto.

Apparecchiammo alla perfezione: tovaglia rossa, lunghe candele con portacandele, piccoli vasi dai fiori rossi, posate dorate e piatti che usavo solo a Natale e a Pasqua. Accesi lo stereo e misi della musica natalizia, e un po' di jazz classico anni '50-'60.

Ci vestimmo eleganti, perfino i tacchi alti; poi pettinai i capelli lunghissimi di mia figlia e le misi un cerchietto di velluto rosso. Io, per Natale, mi ero regalata i colpi di sole sui capelli già biondi: eravamo perfette.

Se lei era felice, ero felice anch'io. Mangiammo mentre alla TV iniziava la serata di rito che fanno ogni anno, con cantanti e attori e musica dal vivo.

A mezzanotte, davanti alla televisione a tutto volume e la finestra aperta per vedere i fuochi d'artificio, brindammo al nuovo anno e ci abbracciammo. Andammo sulla terrazza e accendemmo dei piccoli fuochi artificiali innocui, e le scintille che piacevano tanto a mia figlia e anche a me. Riuscii perfino a farla ballare, cosa che lei non amava. Mentre Greta danzava già dai sei anni, Anna era appassionata di musica e faceva parte della piccola orchestrina della scuola, tenendo il tempo con lo xilofono.

E la sua voglia di sapere la portò a voler leggere a tutti i costi. A quattro anni leggeva speditamente; la prima volta che lesse un libro di fiabe a mia madre, ancora ricordo le risate: mia madre credeva che avesse imparato il libro a memoria. Restavano tutti sbalorditi. E invece io credo che la scuola sia indietro anni luce rispetto alle potenzialità dei bambini piccoli. Glenn Doman, nel suo libro “Leggere a tre anni”, dimostrò come avessero curato dei bambini cerebrolesi con la lettura precoce.

© Carla Fausti Boccabella — La vita facile. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell'autrice.

Dal centro del romanzo · capitolo

Ai Fori Imperiali

Ci troviamo a Roma, alla fine di luglio. Faceva un caldo pazzesco, così, con Franca e Sonia, e quattro bambine fra i sette e i dieci anni, decidiamo di andare al centro storico con la mia macchina station wagon. Era il periodo dell'estate romana, e nel '94 si poteva ancora girare per il centro in automobile senza rompiscatole e divieti. Era ancora la nostra Roma, vivibile per tutti.

Preparai una grande borsa da picnic, con dentro panini, succhi di frutta, merendine e acqua. Sonia non portava mai niente, e mi prendeva in giro per la mia abitudine di portarmi tutto dietro.

Era un giorno con poco traffico; a quel tempo in vacanza ci andava davvero tutta Roma, che ad agosto, semideserta, era solo piena di turisti e romani che non potevano permettersi una vacanza al mare. Così arrivammo al Colosseo senza problemi. Parcheggiai.

Volevamo entrare a visitare i Fori Imperiali. Facemmo la fila, ma arrivate allo sportello, la signorina di turno ci dice che il biglietto costava dodicimila lire a persona. Facemmo due conti. Ci sembrava davvero troppo, anche perché a quel tempo io ero l'unica che lavorava. Così ci venne un'idea stupenda. Cominciammo a camminare sul marciapiede adiacente all'area dei Fori. In fondo c'era una specie di curva e in quel momento, all'ora di pranzo, non passava nessuno.

Le bambine, magrissime, si infilarono fra un pilastro e l'altro, di quelli neri che delimitavano l'area dei Fori dalla strada, ed entrarono sorridenti, correndo. Noi mamme andammo a pagare il biglietto. Io avevo una bella Nikon e facemmo tante fotografie.

Arrivò l'ora di pranzo. Camminando camminando, in una stradina in salita, assolata ma piena di alberi e cespugli, trovammo un'area adibita a qualche evento dell'estate romana. Ma i lavori non erano conclusi. C'erano però già grandi tavoli di legno e sedie, e un enorme frigorifero rosso. E tanta ombra, poiché fra un albero e l'altro avevano messo dei teli bianchi. Comunque non c'era nessuno.

Tirava un venticello leggero, e respirando e osservando tutta quella bellezza, pensai che quella giornata era stata inviata dal Cielo.

Tirai fuori tutto il cibo che avevo portato, e apparecchiai il tavolo. Intanto le bambine avevano aperto il frigo pieno zeppo di bibite e avevano preso bottiglie di coca cola, aranciate e acqua gelida. Cominciammo tutti a ridere, tranne Sonia che, impaurita, diceva: «Oddio, stiamo rubando. Se ci scoprono ci arrestano». Ma noi continuavamo a ridere.

Al fresco degli alberi, con bibite e panini, al centro di Roma, al centro del mondo, facemmo tante foto e quella giornata divenne indimenticabile. A proposito: non venne nessuno ad arrestarci e non presi neppure una multa. Anche i vigili soffrono il caldo.

© Carla Fausti Boccabella — La vita facile. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell'autrice.

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Il Libraio · Longlist

I 13 libri consigliati da Il Libraio

Ecco la longlist dei tredici titoli segnalati da Il Libraio:

  • The Shadow of the Object — Chloe Aridjis (Chatto & Windus)
  • Switzy — Emma Cline (Chatto & Windus)
  • Helen of Nowhere — Makenna Goodman (Fitzcarraldo Editions)
  • The End of Everything — M. John Harrison (Serpent's Tail)
  • The Disappearers — Marlon James (Hamish Hamilton) — in Italia per NN nell'autunno 2027
  • Black Bag — Luke Kennard (John Murray)
  • The Renovation — Kenan Orhan (Hamish Hamilton)
  • May We Feed the King — Rebecca Perry (Granta)
  • The Palm House — Gwendoline Riley (Picador)
  • Le cose che non diciamo mai (The Things We Never Say) — Elizabeth Strout (Viking) — in uscita nei prossimi mesi per Einaudi
  • John of John — Douglas Stuart (Picador)
  • All Them Dogs — Djamel White (John Murray)
  • The Vivisectors — Missouri Williams (4th Estate) — in Italia per NN nella primavera 2027

— Fonte: Il Libraio

Carla Fausti Boccabella · Su Tolstoj

Il rifiuto di obbedire

Perché Lev Tolstoj voleva "distruggere" la scuola (per salvare l'anima): 4 lezioni radicali sulla libertà

1. Il gigante della letteratura che scelse la disobbedienza

Lev Tolstoj non è stato semplicemente il monumentale autore di Guerra e Pace; nella sua maturità, egli si è trasfigurato in un ribelle accanito, capace di lanciare una sfida radicale alle fondamenta stesse dello Stato e della Chiesa. La sua esistenza è stata squarciata da una "contraddizione interna" insopportabile: il contrasto osceno tra il lusso insensato dei ricchi e la miseria abietta dei poveri. Di fronte a questa soperchieria, Tolstoj non ha cercato rifugio nel riformismo politico, ma ha imbracciato la disobbedienza totale, fondata sul rifiuto della violenza e sulla rivendicazione del "principio divino" contro ogni tirannia istituzionale.

In questo articolo non ci limiteremo ad analizzare il suo pensiero, ma smantelleremo i dogmi educativi moderni attraverso la sua filosofia anarchico-religiosa, esplorando punti così controintuitivi da risultare, ancora oggi, autenticamente rivoluzionari.

2. L'Amore non è un sentimento, è una legge politica

Per Tolstoj, la "Legge dell'Amore Universale" non è un vago precetto sentimentale per anime belle, ma una legge politica inflessibile e l'unica alternativa concreta al dominio. Riconoscere il divino nell'altro non è un esercizio spirituale, ma un atto di sabotaggio contro il potere: significa rifiutare categoricamente di farsi strumenti della forza altrui.

Qui risiede la scissione fondamentale tra l'anarchismo classico e quello tolstoiano. Mentre i teorici della libertà pura antepongono la volontà di liberazione come fine ultimo, Tolstoj ribalta la prospettiva: l'amore è la precondizione della libertà. Senza la legge dell'amore, ogni rivolta è destinata a degenerare in nuovo dominio, perché la violenza genera inevitabilmente altra violenza. Questa non è astrazione: per il gigante russo, la legge dell'amore si incarna in azioni radicali come il rifiuto del servizio militare. Dalle campagne della Russia alle comunità nel Transvaal, la resistenza non violenta è il riconoscimento che lo Stato cessa di esistere nel momento in cui l'individuo smette di prestargli il proprio corpo e la propria obbedienza.

«Non posso tacere!»

Questo mantra non è un semplice sfogo, ma il grido di chi ha compreso che il silenzio è complicità con la corruzione prodotta dal Potere negli animi dei singoli.

3. La "scolarizzazione dell'anima": quando l'istruzione diventa una malattia

Tolstoj scaglia i suoi dardi più acuminati contro la scuola dell'obbligo, definendola una vera e propria patologia: la "scolarizzazione dell'anima". Questo stato "semi-animale" non è un'esagerazione retorica, ma la descrizione clinica di un processo in cui le facoltà superiori — immaginazione, creatività, intuizione — vengono sacrificate sull'altare della sottomissione. Lo scolaro appare "fuori posto" finché non cade in questo letargo intellettuale, dove impara a pronunciare suoni slegati dall'intelletto e a contare numeri in fila (1, 2, 3, 4, 5...) in uno sforzo mnemonico sterile alimentato solo dalla paura.

Il paradosso del figlio del contadino svela l'ipocrisia del sistema: mentre i pedagoghi vedono nell'ambiente domestico, nei lavori dei campi e nei giochi di campagna degli "ostacoli" all'istruzione, Tolstoj afferma che essi ne sono le fondamenta primarie. Un bambino non istruito è spesso più vivace, vigoroso e umano di un figlio di benestanti deformato da un istitutore, perché la sua conoscenza è radicata nella vita reale, non nel vuoto pneumatico delle aule.

Patologia della Coercizione: I Sintomi del Declino

Ipocrisia e menzogna: l'obbligo di conformarsi allo "stampo" scolastico distrugge l'originalità e spinge al servilismo.
Atrofia dell'intelletto: l'uso di parole che l'immaginazione non traduce più in immagini reali.
Stato semi-animale: la sostituzione della libera intuizione con la ripetizione meccanica di dati privi di senso.
Confusione di pensiero: la perdita della capacità di articolare idee proprie, sostituita dal timore costante del giudizio.

4. Educazione vs. Cultura: Una distinzione rivoluzionaria

Tolstoj lancia una sfida alla presunzione di ogni educatore: "Il diritto a educare non esiste". Egli opera una distinzione netta tra due mondi inconciliabili. L'educazione è un'influenza coercitiva, un abuso di potere mascherato da benevolenza, dove un uomo presume di avere il diritto di plasmare un altro secondo modelli prestabiliti. Al contrario, la cultura è partecipazione volontaria e libertà.

«L'educazione è cultura imposta, la cultura è libertà.»

Il modello ideale tolstoiano è quello della non-interferenza. La scuola deve trasformarsi in un laboratorio pedagogico, simile a un museo o a una conferenza, dove l'insegnante trasmette dati scientifici senza pretendere di penetrare nel campo morale dell'allievo o di predire quale uso egli farà della scienza. La legittimità di una scuola non deriva dai suoi programmi, ma dalla libertà dello studente di scegliere cosa studiare, per quanto tempo farlo e, soprattutto, quando smettere. Qualunque imposizione trasforma la cultura in "soperchieria".

5. La rivolta individuale: Il cambiamento parte dallo specchio

L'ideale di Tolstoj è quello dell'anarchico "educazionista". In questa prospettiva, l'agente della trasformazione sociale non è mai la classe o il popolo inteso come massa indistinta, ma l'individuo. La causa del dominio non risiede solo nella forza di chi comanda, ma nella relazione di accettazione che il dominato intrattiene con il potere. Finché l'individuo accetta internamente il rapporto di subalternità, lo Stato rimarrà invincibile.

La presa di coscienza richiede tempo e un lavoro spietato su se stessi. Non è un cambiamento repentino, ma una rivolta individuale che si nutre del perfezionamento interiore. Come osservato da Isaiah Berlin, il programma di Tolstoj è una vera e propria "dichiarazione di guerra ai valori sociali in auge", alla tirannia delle Chiese e alla cecità morale di una società che pretende di "formare" l'uomo mentre lo mutila. La vera rivoluzione è l'atto di chi decide di vivere "una vita buona", rendendo concreto l'ideale evangelico della perfezione come prassi quotidiana di disobbedienza.

6. Conclusione: Una domanda per il lettore moderno

L'eredità di Lev Tolstoj non è un invito alla rassegnazione spirituale, ma un appello al rifiuto di ogni soperchieria istituzionalizzata. La sua pedagogia radicale ci ricorda che la libertà non si concede, si esercita; e che ogni sistema che tenta di standardizzare l'animo umano sta, di fatto, dichiarando guerra alla vita stessa.

In un mondo contemporaneo ossessionato da test standardizzati e competenze certificate, la provocazione del gigante russo risuona più forte che mai: la nostra attuale istruzione sta nutrendo la vostra cultura o sta ancora, silenziosamente, scolarizzando la vostra anima per ridurvi a uno stato semi-animale?

Carla Fausti Boccabella · Articolo

Oggi parliamo di romanzo memoir

Scrivere un memoir è un atto di grande coraggio che permette di dare un nome e una forma a quel dolore che la mente, da sola, fatica a contenere.

Scrivere significa trasformare una ferita invisibile in un racconto che si può vedere e toccare, portandola finalmente fuori di noi. In questo modo, quello che prima era un caos soffocante diventa un oggetto fisico, come un quaderno, che ci permette di guardare il nostro vissuto con occhi nuovi.

È un cammino molto gentile, perché ognuno di noi può decidere i propri tempi e cosa raccontare, senza mai sentirsi forzato.

Grandi autori ci hanno mostrato come questa pratica possa davvero cambiare la vita quando si attraversa un periodo buio. Philip Roth, che ha usato la forza delle parole per affrontare il declino del padre, trasformando la sofferenza in un omaggio pieno d'amore.

Questi scrittori ci insegnano che l'arte può davvero imporre un ordine dove prima regnava solo la confusione più totale.

Come un vero archivio della memoria, aiutandoci a "mettere a posto" i cassetti della mente.

La scrittura "normalizza" l'esperienza dolorosa, offrendo una struttura solida al posto del disordine interiore. Così, chi scrive inizia a diventare il narratore della propria rinascita.

In fondo, basta solo una penna per trasformare la "notte" di un lutto in una nuova e potente voglia di ricominciare a vivere.

Per rendere il tuo racconto più vivo, puoi aiutarti utilizzando oggetti reali o vecchie fotografie che funzionano come "punti della memoria". Questi elementi fisici ti permettono di connetterti con il passato in modo tangibile, quasi come se potessi toccarlo.

La scrittura diventa così un ponte prezioso che ti collega agli altri, rompendo l'isolamento del dolore.

Ogni parola messa nero su bianco è un tassello che serve a ricostruire il mosaico della tua esistenza.

Non scoraggiarti se il percorso non è lineare.

Ricorda sempre che basta una penna per trasformare la notte della sofferenza in una nuova affermazione di vita.

Scrivere è il tuo primo passo coraggioso verso una libertà ritrovata e verso il futuro.

Usare le fotografie per risvegliare i ricordi è un po' come avere una macchina del tempo tra le mani. Le fonti ci spiegano che le vecchie foto funzionano come dei veri e propri "punti della memoria".

Non sono solo immagini di carta, ma ponti tangibili che ci permettono di connetterci fisicamente con il nostro passato, quasi come se potessimo toccarlo di nuovo. Una fotografia ha il potere straordinario di "bucare" gli strati dell'oblio che la mente crea per difendersi, facendo riemergere dettagli che credevamo perduti per sempre.

Guardare uno scatto non serve solo a raccogliere informazioni, ma a creare una connessione affettiva profonda. È un modo dolcissimo per accorciare le distanze tra il "prima" e l'"ora", rendendo quei momenti parte di una storia preziosa.

Per chi scrive un memoir, la fotografia diventa un fantasma gentile del passato che aiuta a dare consistenza alla realtà. Questo aiuta a focalizzare lo sguardo su quei piccoli dettagli che Roland Barthes chiamava "punctum", quegli elementi che ci colpiscono in modo inaspettato.

Le foto possono persino aiutarci a gestire il dolore, offrendoci uno spiraglio di protezione mentre guardiamo indietro.

Usarle come base per la scrittura ci permette di tessere i ricordi difficili insieme a quelli quotidiani, aiutandoci a ricostruire il mosaico della nostra esistenza.

Per chi vuole leggere

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